La ciuta è una razza ovina autoctona originaria della Valtellina e dell’Alto Lario. Si è potuta conservare in aree marginali come la Val Masino, piccola valle laterale alla Valtellina, dove l’agricoltura era legata a logiche di sussistenza anziché commerciali. Testimonianze locali e il ritrovamento di capi dalle ottime caratteristiche, ne certificano la presenza anche in alcuni areali dell’antica contea di Bormio, in special modo nel comune di Sondalo, dove popolarmente veniva chiamata “cirula” e l’agnello “ciutin”.
Il nome “ciuta” significa “piccola pecora” e deriva dalla lingua romancia, parlata nel confinante Cantone svizzero dei Grigioni. La ciuta, infatti, può essere ritenuta la razza ovina più piccola dell’arco alpino: il maschio adulto è alto 45-50 cm per un peso di 35-40 kg e la femmina pesa dai 30 ai 35 kg per un’altezza di 40-45 cm.
Una caratteristica tipica della popolazione è la presenza di corna, nel montone di forma elicoidale e nelle femmine, quando presenti, simili a quelle delle capre. Questa caratteristica si ritrova solo in alcune razze primordiali, come la ormai estinta pecora Tujtsch dell’Oberland Grigionese o la Montafon austriaca allevata nel Vorarlberg, che potrebbero discendere dall’antica pecora delle Torbiere (Ovis aries palustris). È interessante notare che tutte e tre le razze vengono chiamate, ognuna nella propria lingua locale, “Tschüt”, che significa piccola pecora.
La ciuta è robusta e frugale e il suo habitat è molto duro: durante quasi tutto l’anno gli animali vivono su pascoli ripidi ad altezze che vanno dai 500 ai 2700 mt e soltanto nei mesi invernali vengono foraggiati con fieno e foglie secche. Si contraddistingue per la sua agilità e per aver mantenuto alcune caratteristiche che le consentono di potersi difendere meglio dai predatori, come la muscolatura delle orecchie che porta orizzontalmente e che l’animale riesce ad orientare, captando in anticipo eventuali pericoli. È una razza adatta alla produzione di carne, anche se scritture di fine 800 la ricordano come animale a triplice attitudine. Con il suo latte, sempre in Val Masino, veniva prodotto un formaggio a 3 latti. Il vello è per lo più bianco paglierino ma si trovano anche altre varianti di colore, marrone, nero e maculato. La produzione di lana, resistente e adatta all’infeltrimento, è di circa 1 chilogrammo a capo. Storicamente veniva filata e lavorata a maglia per la realizzazione di indumenti e trapunte, o cardata per imbottire materassi. Sono in corso alcuni progetti territoriali per riattivare la filiera della lavorazione della lana.
Fino a un recente passato, la ciuta era a gravissimo rischio di estinzione, dovuto all’abbandono delle campagne. Contestualmente, essendo divenuti disponibili anche i pascoli prima in uso ai bovini e venuta meno la necessità di sfruttare le aree più impervie e marginali, sono stati introdotti ovini di altre razze più pesanti, come la pecora bergamasca o la merinos, che hanno contribuito all’ibridamento della ciuta e alla quasi scomparsa della razza autoctona. Negli ultimi anni, l’associazione Pro Patrimonio Montano, insieme a un gruppo di allevatori locali, ha avviato un progetto di recupero, formando alcuni nuovi nuclei di animali allevati in purezza e raccogliendo tutta la documentazione necessaria per il riconoscimento della razza. Grazie a questo lavoro, la popolazione di ciuta, pur non ancora in sicurezza, è in graduale ripresa. Ad oggi, si contano circa 400 capi, in parte iscritti nei libri genealogici, in parte non ancora registrati ma conosciuti e seguiti dalla rete Patrimont.
Altre informazioni
| Categorie | |
| Segnalato da: | Marco Paganoni, Gabriele Galli |




