Waraná: storia di una resistenza indigena

I sateré-mawé vivono nelle terre alle sorgenti dei fiumi Andirà e Marau, nell’Amazzonia brasiliana.

Il legame con questa popolazione è così forte che a sancire il diritto ad abitare su queste terre, ricche di foreste, è la stessa costituzione del Brasile. Qui coltivano da secoli il guaranà (waranà, nella loro lingua, inizio di ogni conoscenza), una liana selvatica alta fino a 12 metri da cui si ricavano piantine che, trapiantate in radure, sono rese produttive. Dai semi si ottengono moltissimi prodotti, tra i quali una sorta di bastone (che nella forma ricorda un pane)  e una bevanda sacra (il Çapó).

©José Guedes

Slow Food collabora con le comunità della terra indigena a partire dal 2004 circa e ha avviato un Presidio insieme ai produttori del Consorzio dei Sateré-Mawé che, a sua volta, fa parte del Consiglio generale della tribù Sateré-Mawé (Cgtsm), il più grande organo di rappresentanza politica di questo popolo (14.000 persone distribuite in 120 villaggi).

A oltre una decina di anni dall’avvio del progetto, facciamo il punto con Sergio Garcia, un giovane Sateré-Mawé, attuale presidente del Consorzio dei produttori dei Sateré-Mawé.

 

Quali sono i principali cambiamenti dalla nascita del Presidio?
Il progetto del Presidio è stato avviato intorno alla 2004, 2005. In quegli anni il waranà era pressoché estinto. Se ne raccoglieva pochissimo, non era redditizio, la sua coltivazione era stata abbandonata e, di conseguenza, i saperi si stavano perdendo. Cosa è cambiato in questi anni? Con la nascita del Consorzio e il supporto di Slow Food, le comunità locali hanno iniziato a identificare nel waraná non soltanto un alimento sacro, ma una possibile fonte di economia per il popolo Sateré-Mawé.
Durante i primi anni del progetto sono stati organizzati molti incontri e scambi con i tuxauas – i leader comunitari – e con i produttori, per la valorizzazione del waraná. Senza il waraná, i Sateré non possono vivere, così come senza i Sateré, il waraná non può vivere. Con l’inserimento nella rete di commercio equo e solidale, inoltre, il waraná ha acquisito un valore aggiunto economico, politico, culturale, ambientale e sociale.
In seguito il Presidio ha iniziato a lavorare con i meliponicoltori di api canudo (un’ape senza pungiglione endemica dell’Amazzonia), fondamentale per l’ecosistema e per l’impollinazione del waranà. Senza di loro la foresta scomparirebbe. Poco a poco il miele ha iniziato, insieme al waraná, a costituire un’altra fonte di reddito. Il Consorzio di Produttori Sateré-Mawé ha così cominciato a comprare il miele dai meliponicultori, che con il tempo hanno deciso e adottato un disciplinare di produzione.
Tra il 2016 e 2018 i Presìdi del Waraná e delle api canudo Sateré Mawé sono entrati a far parte della rete dei Presìdi sostenuta dal progetto Alimentos bons, limpos e justos na agricultura familiar, potendo partecipare a numerosi incontri di formazione, aggiornamento dei disciplinari di produzione, avvio di un processo di certificazione partecipativa e presenza in eventi.
Nel 2018 è stato avviato il progetto in cooperazione con Ifad che tra gli obiettivi principali promuove la diversificazione dei canali di commercializzazione del waraná e il suo maggiore inserimento nel mercato nazionale. Allo stesso tempo, il progetto contribuirà alla maggiore partecipazione dei giovani nei processi produttivi e politici e li sensibilizzerà sull’importanza della sicurezza e sovranità alimentare, mostrando alternative per la produzione agroecologica di prodotti freschi locali.

©José Guedes

Quanto è importante il waranà per la comunità indigena? Raccontateci alcune delle pratiche culturali in cui il miele è coinvolto.
Il waranà e la trasformazione dei suoi semi costituiscono l’identità del popolo dei Sateré-Mawé, insieme all’ecosistema in cui vivono. È simbolo di forza e potere: quando i leader della comunità (tuxauas) si riuniscono, consumano i suoi semi che, secondo la credenza, rafforzano le parole positive e l’energia degli incontri. Il Çapó è considerata bevanda sacra e si pensa che quando una persona la beve acquisisca più conoscenze e diventa più saggia. Per questo bisogna consumarlo quando si ha il cuore puro, con il pensiero rivolto a cose positive. E se uno ci crede, le cose accadono.

Rispetto alle nuove generazione, qual è il rapporto con il waranà?
I giovani che restano nella comunità collaborano con i genitori durante il periodo di produzione di waraná. Prima aiutano nei campi, a pulire le piante, poi, quando è il momento, partecipano nella raccolta, a sbucciare i semi, a fare la tostatura. Ci sono diverse altre attività legate al waraná che vedono la partecipazione dei giovani.
Nella cultura Sateré-Mawé, tutti i membri della famiglia nel periodo di produzione del waraná partecipano nelle diverse attività: dal raccolto alla lavorazione. Oggi, tuttavia, con l’aumento della frequenza scolastica dei giovani e con la maggiore contaminazione con il mondo esterno alla foresta, benché la maggior parte viva ancora nei villaggi, i ragazzi spesso si spostano in città per studiare, e non sono più così coinvolti nella produzione. E da un certo punto di vista per noi questo non è positivo. Il waraná è una delle principali produzioni della società dei Sateré-Mawé, si tratta della nostra cultura, del nostro patrimonio culturale e immateriale, per noi estremamente importante. La nostra sfida oggi è riuscire a far sí che i giovani restino e a dare loro una alternativa economica e sociale.

Sapresti parlarci dei rischi legati alla perdita delle pratiche di produzione del pane di waraná?
Oggi si pensa che i padeiros, ossia i fornai, come chiamiamo gli artigiani che preparano i “bastoni” di waraná, non siano tutti in grado di farlo a regola d’arte. Se non lo si fa bene, il “bastone” scoppierà durante la tostatura o l’affumicatura, non sopportando l’elevata temperatura. Un vero mastro fornaio conosce alla perfezione la quantità d’acqua che si deve aggiungere, sa che va lavorato in un mortaio, sa che si deve lavorare al punto giusto perché il risultato sia ottimale. Tutto viene fatto a occhio, si acquisisce con l’esperienza, non è che ci siano misure precise, si vede a occhio quanto va aggiunto. Non c’è niente scritto! E un vero mastro fornaio lo sa. Ed è questo il rischio oggi per la comunità: che si perdano queste conoscenze. Bisogna tramandarle, questi progetti sono molti importanti per noi, è importante che i Sateré-Mawé lo capiscano fin da piccoli, i figli del waraná. È importante che capiscano l’importanza di quanto i nostri avi ci hanno trasmesso nel corso degli anni. Si tratta della nostra identità, e senza le nostre tradizioni, non siamo niente. Tutto diventa solo storia: “in passato il mio popolo faceva così, ma oggi si sono perse le antiche tradizioni…”. Ecco il rischio che si corre oggi. È importante per noi, per preservare il nostro patrimonio culturale.

©José Guedes

Perché è importante questa forma di resistenza nella comunità, attraverso il cibo, la sovranità e sicurezza alimentare e nutrizionale?
È un aspetto molto importante. È una bandiera di lotta di Slow Food, di Terra Madre, che dovrebbe appartenere a ogni essere umano sulla terra. La questione dell’alimentazione ha un forte legame con la nostra cultura. Se segui un’alimentazione sana, non dovrai mai andare dal medico, non avrai bisogno di un’imbarcazione a motore che ti porti in città per curarti. Non avrai mai bisogno di un’auto medica della Sesai[1], della Casai[2] per correre in ospedale. Tanto minore sarà il numero di persone che dovranno ricorrere alle Case di Salute Indigene (Casai), tanto maggiore sarà la nostra vittoria, perché significa che stiamo riuscendo a salvaguardarci, perché è il cibo che si consuma oggi che ci proteggerà. È una questione di sicurezza alimentare, di sovranità alimentare, di valori nutrizionali. Ed è estremamente importante, perché la maggior parte dei Sateré-Mawé, con il potere d’acquisto che hanno acquisito, con i soldi in tasca, stanno iniziando a introdurre nei villaggi alimenti industrializzati. Mangiano biscotti industriali, bevono caffè industrializzato, privo di qualunque valore nutrizionale! Grazie al progetto waraná, ci rechiamo nelle comunità, spieghiamo cosa dobbiamo piantare, cosa dobbiamo salvare nei nostri fiumi, nelle nostre foreste. Conservare per utilizzare in modo consapevole, in modo che possiamo utilizzare la stessa superficie, lo stesso terreno per molti e molti anni. È per questo che il progetto è importante: perché possiamo raggiungere davvero la sicurezza alimentare e nutrizionale. Perché così consumeremo cibo buono, pulito e giusto. Per noi che mangiamo, per la natura, e per il mondo intero. Quindi è questo il nostro modo di resistere, è questa la nostra resistenza: attraverso il cibo. Piantare, raccogliere, ingerire cibi sani per nutrire il nostro popolo. È questa la vera politica che vogliamo mettere in atto. Ed è grazie alla partnership con Ifad e grazie alle nuove collaborazioni che ci prefiggiamo di avviare, che stiamo cercando di recuperare queste conoscenze, trasmettendole alle comunità, ai bambini, che saranno gli adulti del domani e che dovranno acquisire tutte le conoscenze tradizionali. Dobbiamo usare tutto questo in modo responsabile, per garantire il futuro della nostra terra, delle nostre tradizioni, della nostra cultura, per i nostri figli e per i nostri nipoti.

[1] SESAI – Secretaria Especial de Saúde Indígena
[2] CASAI – Casas de Saúde Indígena

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