Detto anche “albero del pane”, il castagno ha rappresentato un nutrimento fondamentale per generazioni di montanari. I suoi frutti sono straordinari sia per le qualità nutrizionali – sono ricchi di carboidrati e di fibre, hanno un contenuto importante di proteine e sali minerali come magnesio, potassio, calcio, ferro e zinco, sono fonte di acidi grassi essenziali – sia per la capacità di conservarsi a lungo, essiccati o trasformati in farina, pane, pasta. La coltivazione è diffusa in tutta la penisola, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, principalmente su terreni in pendenza di alta collina e montagna, in impianti che vedono spesso la presenza di vecchi alberi di grandi dimensioni, in alcuni casi classificati come monumentali. I castagneti hanno un ruolo cruciale per l’ecosistema: salvaguardano l’integrità ecologica del paesaggio, proteggono il suolo, catturano CO2, assicurano la tenuta dei versanti delle montagne altrimenti esposti a frane e smottamenti e, se ben curati, prevengono gli incendi boschivi. Un castagneto ben tenuto significa bellezza e quindi valore, turismo attento e rispettoso. La castanicoltura tradizionale si basa su un importante bagaglio di saperi, tecniche colturali (come la pratica degli innesti) e architetture rurali, come gli essiccatoi in pietra, che hanno forme e nomi diversi nelle varie regioni: scau in Piemonte, tecci in Sicilia, casette in Lazio, metati in Toscana… Messo da parte nel secondo dopoguerra, questo settore ha affrontato – con una formidabile capacità di resistenza – sfide complesse, come l’abbandono delle aree montane e la mancanza di ricambio generazionale, e momenti di difficoltà disperanti (dal mal dell’inchiostro al cancro del castagno al cinipide galligeno, un parassita asiatico devastante). Oggi vive una fase di rinnovato interesse, ma molti investimenti puntano a trasformarla in una coltura intensiva di pianura. La rete di produttori e di comunità che ha dato vita al Presidio nazionale Slow Food punta invece sul patrimonio – ambientale, sociale e culturale – rappresentato dalla castanicoltura tradizionale.
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Rosaria Olevano
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