Pomodori dal Marocco: siamo sicuri?

La denuncia è netta. Il mercato dei pomodori italiani – soprattutto in Sicilia e in Puglia – è in crisi e le nostre tavole sono “invase” da oro rosso proveniente dal Marocco.

Negli ultimi mesi, in Italia le vendite sono crollate del 50%, i prezzi sono molto bassi (tra i 0,58 e i 0,35 centesimi al chilo), le superficie coltivate sono diminuite e, infine, i braccianti hanno effettuato numerose giornate di lavoro in meno, tanto che rischiano addirittura di non raggiungere la disoccupazione agricola. Nello stesso tempo, però, sono aumentate le quote di pomodoro importato dal Marocco (nel solo mese di dicembre si parla di 39,521 milioni di chili verso l’Unione Europea), più conveniente nel costo di produzione e, di conseguenza, di vendita.

Per comprendere la situazione però bisogna fare un passo indietro e risalire al 2012. È il periodo in cui il Marocco è attraversato dalla Primavera araba, dalle contestazioni contro il potere monarchico e dalla richiesta di riforme democratiche, sociali ed economiche. E l’Unione Europea accoglie la transazione democratica con l’approvazione di un accordo che liberalizza il commercio di prodotti agricoli e ittici. Possono aumentare così le quote di scambio per una serie di prodotti (tra cui fragole, cocomeri, aglio e, appunto, pomodori) che possono essere importati a tariffe doganali basse o pari a zero. Oggi però queste quote non sono rispettate e, a destare serie preoccupazioni, non è solo il danno economico ma anche il rischio per la salute e l’ambiente. In Marocco, infatti, è consentito [dati dell’organizzazione spagnola Coag, Coordinadora de Organizaciones l’uso di ben 56 prodotti fitosanitari vietati nell’Unione Europea de Agricultores y Ganadero], tra cui, ad esempio, il bromuro di metile, utilizzato per la disinfestazione dei terreni agricoli con conseguenze negative permanenti per la fertilità dei suoli. E possono essere impiegati decine di principi attivi per la difesa antiparassitaria non più ammessi in Europa.

«Mentre sosteniamo con forza l’esigenza di rivedere questa discutibile apertura verso prodotti verosimilmente poco sicuri», afferma Francesco Sottile, docente dell’Università di Palermo e responsabile dei Presìdi Slow Food in Sicilia «diventa ancora più importante essere rigorosissimi nel processo di tracciabilità che indichi al consumatore, in modo chiaro e inequivocabile, la provenienza del prodotto e l’area di effettiva produzione senza trucchi di marketing utili solo a creare confusione. Questo accordo rischia di compromettere anni di lavoro fatto con gli agricoltori per cercare di incoraggiarli verso produzioni agroecologiche, con maggiore rispetto per la salute di chi coltiva, di chi consuma, degli insetti utili e dell’ambiente circostante. Come sosteniamo le nostre tesi con gli agricoltori che lottano quotidianamente contro le avversità senza fare uso di prodotti ammessi invece in Marocco e che si vedono sconfitti di fronte a una competizione così sleale?».

Ora mentre il governo italiano sta lavorando con il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina per chiedere l’attivazione della clausola di salvaguardia in difesa del pomodoro italiano, cosa può fare il consumatore? Come essere sicuri di acquistare il pomodoro giusto?

«È necessario imporre misure ambientali più rigide in agricoltura, in generale», ribadisce Francesco Di Gesù, produttore di pomodoro siccagno della valle del Bilici, Sicilia. «Non bastano i sovrastimati incentivi economici che, seppur utili, lasciano il tempo che trovano. Sarebbe utile, ad esempio, limitare l’uso dei prodotti chimici di sintesi sulle coltivazioni, visto che non solo creano danno alla salute, ma disperdono risorse economiche che potrebbero essere molto utili per l’azienda. Noi coltiviamo il pomodoro in asciutto, solo d’estate e senza usare insetticidi o altri prodotti chimici. Le rese ovviamente sono minori rispetto alla coltivazione irrigua e rispetto ai campi dove vengono usati fertilizzanti e pesticidi, ma assicuro che la produzione regionale /del territorio potrebbe soddisfare il fabbisogno locale. Con le importazioni di prodotti dall’estero (oltretutto spesso coltivati con metodi e prodotti vietati qui da noi) invece tutto si complica: il prodotto locale non viene scelto e la produzione fatica a sopravvivere. Oltre al danno, c’è anche la beffa: il consumatore infatti spesso sceglie i prodotti importati che usano metodologie e prodotti chimici vietati in Italia, mentre noi ci arrovelliamo su regole sempre più rigide nei disciplinari per garantire la qualità del prodotto.

L’educazione è il primo passo: sia del produttore, che deve imparare a coltivare in modo biologico e rispettoso dell’ambiente e della salute, sia del consumatore, che deve scegliere prodotti locali e produttori di qualità».

Cosa fare dunque? Innanzitutto scegliere di mangiare pomodoro quanto è la stagione giusta, d’estate quindi, a partire dal mese di giugno. Chiedere da dove proviene, privilegiare i prodotti italiani e, se possibile, vicini alla propria città. Scegliere i piccoli produttori e scoprire le filiere che contrastano il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori. Andare, ad esempio, a scoprire i pomodori dei Presìdi Slow Food, quattro, in Campania, Puglia e Sicilia. E leggere le etichette e le indicazioni di provenienza, con attenzione. Perché c’è pomodoro e pomodoro.

Fonti:
Coldiretti
Parlamento Europeo

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