La banana kitarasa: tradizione e futuro

Lo sapevate che nella zona del monte Kilimangiaro, in Tanzania, si coltivano circa 20 varietà di banane? Ad esempio la mshare è una delle varietà principali, usata spesso per piatti speciali e cotta quando non è ancora matura; la ndizi è arrostita e utilizzata per fare la birra; la m’nye’nyele, invece, è utile per il consumo di tutti i giorni. C’è anche una varietà rara e insolita, la banana kitarasa: verde, molto morbida, una volta sbucciata rivela una polpa di colore rosso-arancione, invece dell’usuale colore bianco. Oggi vi raccontiamo la storia della banana kitarasa, una dei prodotti saliti sull’Arca del Gusto di Slow Food.

 

Durante la colonizzazione tedesca, la kitarasa era consumata per scopi nutrizionali: il cibo era scarso ma grazie alle sue elevate qualità nutritive (contiene vitamine A, B, C, D, E oltre a calcio, sodio, fosforo e zolfo) era ingrediente di di porridge, di ugali o mtori (una zuppa di banana). Era fondamentale per le madri in allattamento ed efficace nell’alleviare il mal di stomaco. Essiccata mediante affumicatura e poi ridotta in polvere, era utilizzata anche per il trattamento del bestiame, soprattutto vacche, allo scopo di alleviare il trauma del parto; perciò chiunque avesse una mucca, aveva anche un albero di kitarasa nel suo campo.

 

Il valore tradizionale di questo frutto è testimoniato anche da un antico proverbio swahili: “Damu ni damu si kitarasa” (il sangue non è la polpa rossa della banana) simile all’italiano “Il sangue non è acqua”, per sottolineare l’importanza dei legami di parentela. Tuttavia, con l’arrivo dei prodotti farmaceutici europei e delle pratiche mediche occidentali, la banana kitarasa perse la sua popolarità e le colture furono progressivamente abbandonate fino quasi a sparire. Oggi solo pochi tanzaniani la conoscono ancora.

 

A Dorkia (vicina alla città di Moshi, nella Tanzania settentrionale), nel 2012 una piccola area ricca di biodiversità era già coltivata con metodi sostenibili, antiparassitari e fertilizzanti naturali, grazie al lavoro straordinario di tre donne: Dorkas, Rukia e Gemo. Nell’orto si lavoravano e vendevano prodotti alimentari secchi: farina di zucca, polvere di semi di avocado, citronella … tutti distribuiti in diverse regioni della Tanzania (Arusha, Dar es Salaam, Mbeya, Mwanza, ecc.) e anche oltre il confine, in Kenya! Nel 2013 l’appezzamento divenne un orto didattico, entrando a far parte del progetto di Slow Food 10.000 orti in Africa.

 

Ricordando che i loro nonni che vivevano nella zona del Kilimangiaro avevano l’abitudine di mangiare la varietà kitarasa, considerata benefica per la salute, le donne di Dorkia decisero di riprendere a coltivare anche la banana kitarasa.
Le proprietà curative di questa pianta sono state nel frattempo confermate: già negli anni Sessanta alcuni padri missionari tedeschi avevano iniziato a utilizzare questa varietà nel trattamento del diabete. Oggi, grazie al programma di ricerca in collaborazione con l’organizzazione Envirocare, la sperimentazione condotta dal dottor John Shao su un gruppo di pazienti insulino-dipendenti presso il Kilimanjaro Christian Medical Centre ha dato risultati positivi.

 

Oggi la banana kitarasa, che era quasi del tutto scomparsa alle pendici del Kilimangiaro, torna a popolare i campi e le mense. Viaggiando da un villaggio all’altro, Dorkas, Rukia e Gemo spiegano i suoi benefici nutrizionali e sanitari. Motivate a incoraggiare i produttori e a salvaguardare questa varietà dimenticata, ripiantano i banani kitarasa: un contributo importante per questo prodotto dell’Arca del Gusto!

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