C’è un solo modo per esprimere la qualità: narrandola.

Secondo Slow Food la qualità alimentare è fatta di tre elementi:

• Buono
È la bontà organolettica, che sensi educati e allenati sanno riconoscere, il risultato della competenza di chi produce, della scelta delle materie prime e di metodi produttivi che non ne alterino la naturalità. Buono significa attenzione alla qualità organolettica, al piacere, al gusto inteso anche in termini culturali. Perché il “buono” è relativo (ciò che buono per me può non esserlo in Africa e viceversa).

• Pulito
Non c’è qualità se non c’è rispetto per l’ambiente. Rispetto significa adottare pratiche agricole, zootecniche, di trasformazione, di commercializzazione e di consumo sostenibili. Tutti i passaggi della filiera agro-alimentare – consumo incluso – dovrebbero, infatti, proteggere gli ecosistemi e la biodiversità tutelando la salute del consumatore e del produttore. Pulita è la sostenibilità e la durabilità di tutti i processi legati al cibo, dalla semina nel rispetto della biodiversità, passando per la coltivazione, al racconto, dalla trasformazione ai trasporti, dalla distribuzione al consumo finale, senza sprechi e attraverso scelte consapevoli.

• Giusto
La giustizia fa parte della qualità esattamente come la bontà e il rispetto per l’ambiente. La giustizia sociale va perseguita attraverso la creazione di condizioni di lavoro rispettose dell’uomo e dei suoi diritti e che generino un’adeguata gratificazione; attraverso la ricerca di economie globali equilibrate; attraverso la pratica della solidarietà; attraverso il rispetto delle diversità culturali e delle tradizioni. Giusto vuol dire prodotto senza sfruttamento, diretto o indiretto, di chi lavora nelle campagne, vuol dire retribuzioni gratificanti e sufficienti, ma al contempo rispetto per chi acquista. Giustizia vuol dire valorizzare l’equità, la solidarietà, il dono e la condivisione.

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