Come un orto mi ha cambiato la vita

Di Christine Saas, volontaria Slow Food in Tanzania

A nord della Tanzania, a circa 10 chilometri da Arusha, Maji Ya Chai è un piccolo villaggio costruito sulle sponde del fiume, dalle cui acque scure prende anche il nome (in swahili infatti “maji” significa acqua e “chai” significa té).

Nel villaggio si trova uno dei 10.000 orti che Slow Food sta realizzando in Africa. L’orto comunitario di Maji ya Chai è stato creato da Helen Nguya, referente regionale del progetto per l’area del Kilimanjaro e di Arusha. Una volta in pensione, Helen ha deciso di dedicarsi alle persone con disabilità, vedove e orfani; per questo ha creato l’associazione Trmega (per la formazione, la ricerca, il monitoraggio e la valutazione sui legami di genere e l’Aids) e ha avviato un orto coinvolgendo le persone affette da Aids. Oggi 18 persone coltivano prodotti locali della Tanzania e alcune erbe medicinali. Nell’orto lavorano, imparano e condividono. Jane Satieli Mwalyego è una di loro e oggi ci racconta la sua storia.

«Sono stata molto fortunata a incontrare Helen nel 2009. Da subito siamo diventate amiche e mi ha convinto a unirmi al Morning Star, un gruppo di persone affette da Aids. Avevo scoperto di essere malata 15 anni prima e mi sentivo sola ed emarginata socialmente. Mio marito era morto nel 2002 e da allora stavo sempre più male».

Jane racconta che le attività dell’orto sono estremamente istruttive. Si impara a coltivare secondo i ritmi dell’ambiente e della natura, ad alimentarsi in maniera sana, a ottenere il massimo risultato con le risorse disponibili, a cucinare e a usare le verdure per creare una fonte di reddito. Sono tutte nozioni che possono poi essere applicate a casa. «Siamo anche stati formati sui metodi di prevenzione all’Aids, e su come convivere con questa malattia. Mi ha aiutato a cambiare atteggiamento: ho ripreso fiducia e coraggio, mi sono sentita più forte», continua.
L’orto comunitario è entrato a far parte del progetto Slow Food 10.000 orti in Africa nel 2010 ed è diventato un modello di riferimento per gli altri: scuole, coltivatori della zona e nutrizionisti vengono a imparare come coltivare utilizzando le tecniche naturali e cucinare in modo sano.

Tutti i membri del gruppo sono attivi nel promuovere la produzione e il consumo di alimenti tradizionali ed erbe locali. Per Jane questo è un aspetto importante: «Testimoniare nelle scuole e nelle comunità della zona, anche fuori dalla regione, per convincere la gente a utilizzare tecniche naturali per la coltivazione, a recuperare l’alimentazione tradizionale e ad adottare la filosofia di Slow Food mi ha davvero rafforzata. Concludendo, condivido con voi il segreto della mia colazione preferita: un porridge di patate dolci o Ugali (in Tanzania, la tradizionale polenta di mais) a cui aggiungo sempre un cucchiaino di foglie di moringa in polvere».

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