Arancia staccia

Arca del Gusto
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Il Citrus sinensis è il nome scientifico dell’albero dell’arancio, mentre “portaiall” è il termine dialettale utilizzato in diverse parti del sud Italia per riferirsi al suo frutto: l’arancia. Questo termine va ricondotto ai portoghesi che, da grandi navigatori, introdussero quest’albero, originario della Cina, nei paesi del bacino del Mediterraneo.
L’arancia staccia si coltiva in Basilicata, più precisamente nel fondovalle dei fiumi Agri e Sinni e, ancora più nello specifico, nei comuni di Tursi e Montalbano Jonico, ma anche in quello di Colobraro, Valsinni e San Giorgio Lucano. Questo frutto ha una forma oblata, schiacciata ai due poli, la buccia è spessa e soffice e il peso medio si aggira intorno ai 300g a frutto, ma ogni frutto può raggiungere il peso di 800-900g. La polpa è di colore giallo-arancione, è tenera e fine ed è priva di semi. Il succo è piuttosto amarognolo e a tratti asprigno.
L’arancia staccia matura nel mese di marzo, ma può rimanere sulla pianta sino al mese d’agosto.
La buccia è ideale per preparare canditi o come ingrediente per numerose ricette dolci o salate; il frutto, invece, viene consumato soprattutto fresco, ma viene anche utilizzato nella preparazione di diverse ricette tipiche come le arance ricoperte con cannella, il maiale all’arancia staccia con peperoni cruschi di Senise e vincotto.
È importante anche ricordare l’aspetto ornamentale del frutto.

Fino agli anni ’50 del ‘900 era molto diffusa sul territorio e rappresentava un rilevante valore economico per gli agricoltori della zona. La sua caratteristica distintiva rispetto alle altre varietà è da ricercare nella dimensione piuttosto grande. Questa stessa caratteristica è stata anche la causa del suo declino poiché il mercato ha privilegiato varietà con pezzatura più uniforme. Un’altra caratteristica del frutto è la sua persistenza sull’albero: matura a marzo, ma può durare fino a fine agosto. Ciò rappresenta un aspetto importante perché rende la sua conservazione particolarmente sostenibile. La raccolta è manuale con l’unico ausilio di una forbice per tagliare il peduncolo.

Studi scientifici sulla caratterizzazione su base molecolare hanno permesso di riscontrare una notevole distanza genetica da altre varietà bionde esaminate, e di affermare con certezza che l’arancia staccia è un genotipo. Dal punto di vista agronomico la pianta presenta un vigore medio con portamento espanso e spine assenti. Ha, inoltre, la tendenza ad una certa alternanza produttiva. La densità massima di piante è di 800 piante per ettaro con una produzione di meno di 40 tonnellate.

Il nome di questa arancia sembra derivare dalla sua particolare forma: pare, infatti, fare riferimento a delle pietre a forma schiacciata chiamate “stracce”, che venivano utilizzate in un antico gioco simile a quello delle bocce. Se è certo che l’introduzione sul territorio sia avvenuta ad opera dei Saraceni, è meno certo quando ciò sia avvenuto: forse intorno all’anno Mille o, addirittura, più di un secolo prima, quando gli arabi arrivarono in Basilicata da Bari, un loro emirato dall’847 all’871 d.C.
Arrivati a Tursi i Saraceni crearono un insediamento ancora oggi esistente: la Rabatana, da “rabhàdi” cioè borgo e “arabum” ovvero tana. La leggenda riconduce a questo momento storico l’arrivo sul territorio delle arance, che i Saraceni mangiavano a fette, condite con cannella, cipolla e olio, buttando le bucce. Queste ultime erano raccolte dagli abitanti del luogo e bollite in acqua dolce per preparare il “giuleppo” che friggevano successivamente con il maiale per evitare che gli arabi lo mangiassero.
Durante le Crociate l’arancia si usava anche per ornare la testa del maiale che veniva esposta alla finestra ad indicare l’assenza di mussulmani in un’abitazione.
Durante il periodo della macellazione del maiale le arance non servivano solo per decorare la testa del maiale esposta alla finestra, ma anche per disinfettare le budella, lavate e poi riempite di carne per farne salsiccia e soppressata.
La casuale scoperta di questa cultivar avvenne alla fine del XVIII secolo nel territorio tursitano da parte della famiglia Lapolla che, da alcune generazioni, aveva notato una mutazione genetica spontanea nel proprio agrumeto.

Il primo riferimento scritto dell’arancia staccia si ha solamente nel 1962, data in cui venne descritta come destinata esclusivamente ad un mercato locale o all’autoconsumo, anche per via della difficile commercializzazione causata dalle notevoli dimensioni.

Proprio a causa delle sue caratteristiche e dell’introduzione di nuove varietà, che hanno ampliato la stagionalità degli agrumi, l’arancia staccia è uscita sempre più dal mercato. L’abbandono colturale ha messo in serio pericolo la sua sopravvivenza.
Da diversi anni realtà culturali locali stanno lavorando alla sua tutela. Nel 2007 è stato creato il Consorzio per la tutela e valorizzazione dell’arancia staccia di Tursi e Montalbano Jonico, per richiedere la tutela ed il riconoscimento comunitario della D.O.P. dell’arancia staccia.
Alcuni campi nelle aree più marginali resistono poiché in quei luoghi la conversione varietale non è stata possibile, a causa delle difficoltà nella lavorazione del terreno dovute all’orografia dei luoghi, e alcuni produttori locali ritornano a coltivarla.

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Territorio

NazioneItalia
Regione

Basilicata

Area di produzione:Tursi, Montalbano Jonico, Colobraro, Valsinni, San Giorgio Lucano

Altre informazioni

Categorie

Frutta fresca, secca e derivati

Segnalato da:Giuseppe D’Alessandro